bio_logico - recensioni

bio_Logico - la logica della vita

Primo episodio de La Trilogia di Oliver Stanford

Recensioni


bio_Logico - la logica della vita
di Giorgia Marino


Ricade sulla più classica delle trame cinematografiche la scelta che JeanMarieVolonté, gruppo di attori e videomaker torinesi, ha fatto per il suo nuovo lavoro, prima tappa di una trilogia in via di preparazione. Un delitto passionale è il pretesto per una ricognizione sulle strutture e sui linguaggi della narrazione, per un scomposizione e ricreazione del flusso della memoria alla ricerca di motivazioni profonde, spinte ingovernabili e insondabili cause che, se non giustificano l'agire umano, pongono però il dubbio sulla liceità di un giudizio univoco e incontestabile. Solo sul palco sta il protagonista (il valorosissimo Ettore Scarpa), interrogato da una voce fuori campo: la sua inquisitrice, il suo inflessibile giudice, ma anche l'interlocutrice che gli consentirà di raccogliere i frammenti sparsi del ricordo. Dietro di lui e su di lui (sulla superficie di due schermi paralleli) scorrono le immagini di quanto accaduto. "La riconosci?", domanda la voce, implacabile. "Sì, dov'è? Come sta?". Nella successione dei fotogrammi che avvolgono e opprimono la presenza "viva" dell'uomo sulla scena, i percorsi narrativi si intrecciano e si incastrano, il passato e il presente arrivano a coincidere: ricordare significa, in fondo, ri-vivere. E intanto prosegue il processo, racimolando indizi sparsi su più livelli linguistici, e procede l'interrogatorio, ottuso e ostinato nel riproporre la cantilena di uno schema prefissato. Ma i sistemi troppo rigidi sono facilmente smontabili: il sillogismo aristotelico vacilla alla prova dell'assurdità dell'esistenza e l'illogicità della vita sfugge attraverso le maglie allentate della rete che voleva ingabbiarla.

Giorgia Marino - Per Sistema Teatro Torino

 

bio_Logico di Igor Gobbi

da www.grigiotorino.it

Questa estate all’insegna dello spettacolo per cultori e profani continua a riservarci sorprese delle estrazioni più diverse e talvolta ibride. Cinema sotto le stelle, concerti con head-liner di spicco e match di improvvisazione teatrale hanno riempito le nostre agende, ma c’è ancora spazio per scoprire nuove e interessanti proposte. È il caso di Jean Marie Volontè-performing art club e del suo La Trilogia di Oliver Stanford che ha presentato ieri sera il primo episodio Bio-logico-la logica della vita in quel comprensorio suggestivo che è Villa Capriglio, al tempo collinare e infausta protagonista involontaria di più pellicole horror nostrane, ora felice meta estiva e non, scenografia per video-clip come l’ultimo dei Subsonica.

Chi non ha prende: il vero ladro non è chi rapina una banca, ma chi la fonda. (B.Brecht)
Chi prende paga: a ogni azione corrisponde una reazione, uguale e contraria. (I.Newton)
Chi non ha paga: subiamo tutti il tentativo di venire disarmati e riassorbiti da un sistema di cui possiamo considerarci parti, visto che non riusciamo a distanziarcene. (J.M.V.)

L’allestimento porta in scena il dramma in cui vive un uomo dilaniato dal ricordo ridondante e retorico del male commesso, il vecchio, ma non troppo, plot greco e cristiano del delitto d’onore, il tradimento lavato col sangue della compagna e del suo amante. La diatriba è giocata tra lui e l’istituzione processuale, l’accusa di Law e Order, incarnazione formale della sua coscienza, inizialmente impersonale e asettica, poco più di una voce robotica, con cui forzatamente deve dialogare ed infine corrompere con la debole illusione di poter scappare. La voce si completa di un volto e di un’incertezza tipicamente umana. La soluzione all’intrigo semantico è manipolata da Oliver in forma di autoredenzione, convince la propria coscienza, da accusa ad amica, e scappano insieme.


Formalmente si può definire come il connubio, o una sua forma riuscita, tra il cinema, in supporto digitale, e il teatro, prossemica e tono, che vagamente ricorda le trovate innovative de La fura dels Baus, soprattutto dell’ultimo Metamorphosis, in cui la storia precedente alla scena attuale, o le vicende interiori che attanagliano il protagonista, veniva lasciata narrare alle immagini registrate e mandate quasi in loop a reiterare un messaggio. Oliver si muove in uno spazio limitato, all’interno della prigione di ricordi ed immagini dinamiche che lo circondano e lo soffocano. La scansione, di immagini e testo, è dettata dal susseguirsi dei tre atti, tre fasi che Oliver attraversa cercando la luce in quello stato confusionale post-trauma, alla crisi, alla confessione, all’ostentazione del suo bisogno di essere.
La presentazione dei fatti nel loro fluire è intervallata dagli interventi dell’accusa, costellata di chiavi, riferimenti ed immagini evocative che rifiniscono un puzzle incognito fino alla fine, fino all’ultimo pezzo, la confessione. La parola gioca un ruolo fondamentale nel mostrarsi volubile a significati e interpretazioni ma mai occulta e incomprensibile. Il linguaggio semplice e fluido sostiene un discorso battuto innumerevoli volte, ma ancora impervio e scosceso, la concezione del sé, o meglio…
….la convivenza col sé!
In conclusione cari utenti posso dirvi che un fiume di “belle parole” non può sostituire l’emozione di vivere uno spettacolo live e che se vi capita di temere di non capire il teatro o altre performance, non abbiate remore, per quanto sperimentali, questi spettacoli si rifanno sempre a motivi e tendenze cari alla nostra tradizione culturale, quella buona o cattiva abitudine dell’essere umani.

di Igor Gobbi - luglio 2006

da www.grigiotorino.it


 

bio_Logico di Ramona A. Stone

c'è un uomo barbuto, biondo, pelato, sovrappeso, vinto, imprigionato. un povero disgraziato. ha un vestito da cerimonia, di quelli eleganti, nero, ma vecchio, come ne puoi vedere indosso a certi artisti di strada-barboni. gli manca il cilindro. dove può essere stato con questo vestito il protagonista, mr. oliver stanford? sembra che sia stato ricco, ma per poco, troppo in fretta.
c'è qualcosa di sbagliato che aleggia sulla scena di bio-logico.
parte la premissa maior di un sillogismo. e meno male che i miei mi hanno fatta studiare. perchè viene chiarito subito, con le parole CHI NON HA, PRENDE, che la storia del povero oliver non è delle migliori.
lui non la racconta spontaneamente, la voce di una frigida madamina gliela chiede: lui vuole raccontare, gli piace ricordare, è imprigionato in questa storia. per tutta la vita.
con parole difficili, sia la signorina che stanford. non stanno tanto bene. anche lei è imprigionata -in un carcere: una poliziotta- psichiatra. oppure è imprigionata nella testa di oliver stanford. è la noiosa coscienza di oliver, pulita come una puttana vestita da bambina.
intanto, il sillogismo continua: CHI PRENDE PAGA recita una didascalia su uno schermo.
già, lo schermo. sullo schermo scorrono i flash back, che spiegano con dolcezza e semplicità ciò che è accaduto. le musiche possono essere incalzanti a volte, ma quel che resta sono le note da 'more' dei pink floyd così pregne di nostalgia (erano anni che non le sentivo). momenti migliori. ma il rimpianto non è bruciante. neppure il rimorso. sono 'bei tempi', passati, andati, rovinati per sempre, fotografie. memorie. che tornano neppure incalzanti: a soffocare oliver stanford basta il presente, e l'eco della voce della sua aguzzina, una jodie foster delle elementari di fronte a un hannibal lecter da baraccone. sono sempre più grotteschi. lui è pronto a fuggire. non pensa di essere un mostro, e non merita di stare lì, in quella galera. la coscienza se la può fottere, oliver stanford. e come nemmeno sartre e camus in un giorno sbagliato, pure il sillogismo -motore razionale delle scelte della nostra vita- è sbagliato: o meglio, è un teorema. CHI NON HA, PAGA. lo si deve dare per assunto. allora che c'è di male a evadere? perchè pagare per un colpa? il criminale oliver stanford è l'apoteosi del narcisismo, e Ettore Scarpa lo introduce nel modo più istrionico, quel maschione mi sembra perfetto per pirandello. che è l'unico autore di teatro italiano di cui conosca il nome. tolto ruzante, e federico della valle di cui ricordo sempre con piacere una giuditta qui sotto casa nell'oratorio a clinton street nel 76. lei, Paola Raho, è molto sexy. la invidio un po'. è brava, lo devo ammettere.

Ramona A. Stone
dal diario 'Viaggio in Europa', a cura di Alessandro Mello

Ramona A. Stone è considerata l'icona del teatro della guerra, scuola -ma a Ramona piace considerarla 'maniera'- originaria di Chattanooga, Ttennessee.
Andy Warhol la prendeva molto sul serio.